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Author Topic: Alla ricerca dell’aristocrazia perduta..nel pensiero di Onfray.  (Read 333 times)
Franco
Pargolo
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« on: Dicembre 05, 2008, 01:18:03 am »

Adoro esaltare gli opposti... Tongue

Che ve ne pare del motto «vivere a proprio gusto è da plebeo; il nobile aspira a un ordine e alla legge»?


Alla ricerca dell’aristocrazia perduta

Michel Onfray è un filosofo che gode di un certo successo mediatico in Italia e in Francia: i suoi scritti celebrano l'edonismo, i sensi e l'ateismo. Anzi, il suo successo è in qualche modo dovuto proprio alla sua ostentazione di un ateismo senza concessioni: le religioni sarebbero solo strumenti di oppressione e di frattura con la realtà. Contro le religioni propone un pensiero risolutamente materialista, declinato attraverso un'arte di vivere edonista, basata sull'esistenza, sull'uso del corpo, sulla pienezza emozionale, sul piacere e sui rapporti individuali e collettivi. A questo suo percorso si aggiunge un nuovo tassello, La scultura di sé (Fazi): dopo il crollo delle grandi ideologie, la filosofia sembra incapace di offrirci strumenti per orientare la nostra esistenza; come risposta Onfray lancia una vigorosa difesa di una morale laica e vitale, al contempo individualista e "generosa", schierando al proprio fianco gli spiriti ribelli della Storia: l'artista e il torero, il dandy e il samurai, il dongiovanni e l'anarchico.
Nella sua lotta contro le morali "della rinuncia", Onfray rintraccia la chiave della nuova etica nel tradizionale concetto di virtù: ma non le virtù cristiane, bensì quelle elaborate nel Rinascimento italiano ed esemplificate magistralmente dall'immagine del Condottiero, vero campione della morale estetica. Come in un'antica rappresentazione allegorica, allora, ogni figura passata in rassegna incarna una qualità che l'uomo moderno dovrebbe secondo Onfray recuperare: lo slancio vitale, l'autocontrollo, l'originalità, la determinazione, l'abilità persuasiva e l'individualismo. Onfray recupera Nietzsche ed esalta il rifiuto della privazione e della sottomissione, della repressione degli istinti e della mortificazione delle pulsioni vitali, propugnando al loro posto i valori dell'eleganza, dell'amicizia, delle affinità elettive, della raffinatezza, dell'edonismo.
Qui comincia il corto circuito, perché appare evidente che il recupero di Nietzsche avviene attraverso la lente deformante di Georges Bataille e del suo Acéphale.
La figura dell'Acefalo è tratta da una pietra intagliata di origine gnostico-manichea, ritrovata da Bataille alla Bibliothèque Nazionale, e sta a significare che la vita umana non ne può più di servire da testa e da ragione all'universo: nella misura in cui diventa testa e ragione, nella misura in cui diventa necessaria all'universo, essa accetta un asservimento. La fascinazione della libertà si sarebbe offuscata proprio quando la terra ha prodotto un essere che impone la necessità come una legge al di sopra dell'universo; ciò nonostante, l'uomo è rimasto libero di non rispondere più ad alcuna necessità: è libero di somigliare a tutto ciò che non è lui nell'universo.
Appare dunque evidente che la "generosità" di cui parla Onfray è in qualche modo una declinazione della nozione di dépense, il "dispendio", che per Bataille permette di esemplificare lo "spreco sacro", i sacrifici cruenti che le antiche civiltà consacravano agli dei sempre affamati.
Non è un caso che Onfrey indichi tra i suoi riferimenti il solo imperatore romano realmente al di fuori della tradizione romana: Eliogabalo. Questo ragazzo, fin da giovane età, era invasato dal culto del dio sole, El-Galab, di cui egli era sacerdote. Tant'è che, quando i legionari nel 218 lo acclamarono imperatore, invece di accettare il nome che gli veniva imposto (Marco Aurelio Antonino Pio Felice Augusto), preferì farsi chiamare Eliogabalo, in onore del suo dio. Si dimostrò subito un fanatico. Invasato dalla cultura orientale, si vestiva di seta e si faceva truccare alla moda dell'est, con le guance bianche, gli occhi neri e i pomelli rossi. Il suo seguito era composto da una selva di giovani siriani schiamazzanti e dalle dubbie origini. Oltre ai siriani, si portò dall'est una grande pietra nera, simbolo del dio sole, (di forma conica, che richiamava alla mente un fallo) e la pose in un bellissimo templio, l'Eliogabalum, fatto costruire appositamente sul Palatino. Eliogabalo fu inoltre un erotomane pervertito, bisessuale, con una infinità di amanti con cui consumò orge sfrenate. Ebbe ben sei mogli, una delle quali era addirittura una vestale, sposata con la scusa che lui, sacerdote del dio Sole, poteva prendere per consorte una guardiana del Fuoco Sacro. Arrivò pure a sposare un uomo, l'auriga Ierocle di Smirne. Il suo breve regno si concluse nel 222, quando, solo diciottenne, fu ucciso dai pretoriani. Assieme a lui furono sterminati tutti i siriani della sua corte, sua madre ed alcuni parenti, e le loro spoglie furono gettate nel Tevere, come massimo segno di disprezzo. Il regno di Eliogabalo fu disordinato e costellato di assurdi delitti e dei suoi folli progetti. Nelle pagine di Onfrey egli diventa il simbolo di un individualismo dai tratti anarchici ma munifico e solidale: «La scultura di sé presuppone una vitalità traboccante, il recupero della virtù rinascimentale contro la virtus cristiana, un talento per l'eroismo, una forte individualità, l'assenso all'abbondanza, la capacità di essere prodighi».
Già Ernest Jünger in Sulle scogliere di marmo, ci aveva messo in guardia sul fatto che: «Vi sono epoche di decadenza, quando le forme cui la vita è per intima legge predestinata si vanno disfacendo; e se siamo impigliati in una tale epoca, anche noi barcolliamo qua e là e andiamo dall'uno all'altro estremo come esseri a cui manca l'equilibrio. Noi cadiamo allora da torbide gioie in torbidi dolori; e la coscienza del nostro disperdimento, la quale è pur sempre vivace in noi, ci fa sembrare più allettevoli passato e avvenire; quindi ci abbandoniamo alla magia dei tempi passati o d'irraggiungibili utopie, mentre il presente e l'attimo trascorrono vanamente. Allorquando fummo consapevoli di questo vizio, cercammo di liberarcene: avevamo nostalgia di realtà presente e vera, e avremmo attraversato ghiaccio, fuoco ed etere pur di sottrarci alla noia. (...). Cominciammo a sognare la potenza e il prevalere, e a fantasticare circa le forme, che audacemente ordinate e composte si muovono incontro a contrasto nel mortale duello della vita per riuscire alla ruina o al trionfo».
Onfray esalta il Rinascimento contro il Medioevo, ma Franco Cardini dimostra come in molti filoni della cultura rinascimentale (contro la corrente vulgata storiografica) sia forte la "nostalgia" per i valori dei secoli precedenti, e lo fa in Le cento novelle contro la morte. Giovanni Boccaccio e la rifondazione cavalleresca (Salerno). Cardini rivisita il Decameron con grande attenzione ai significati simbolici di cui esso è costellato: il tutto per concludere, in modo sorprendente - ma al tempo stesso assai convincente - che la rifondazione del mondo operata dai giovani fiorentini attraverso il racconto non va nella direzione di un'ode al futuro, ma in quello di un'elegia del passato. Una elegia dei suoi valori più alti, che per Boccaccio non sono quelli cittadini, mercantili e borghesi, bensì quelli cavallereschi, distrutti dalla cupidigia dei suoi tempi, rispetto alla quale la peste appare davvero come un flagello morale, ancor prima che materiale. Boccaccio avrebbe in mente il modello dell'aristocrazia dell'epoca cristiana (il Medio Evo), quando nobile era sinonimo di cavaliere.
I nobili erano cavalieri e aderivano al codice d'onore della Cavalleria, creato per loro dalla Chiesa: siccome erano forti, armati e violenti, l'autorità spirituale ingiunse loro di vergognarsi di opprimere gli indifesi. Valentia e cortesia era il motto dei cavalieri: la valentia (il coraggio) senza cortesia (la gentilezza) li avrebbe lasciati quel che erano in origine, energumeni barbari e assassini.
Per Boccaccio la nobiltà nella società è quella classe "che dà l'esempio": un ceto che si fa imitare per le sue virtù, ossia per le abitudini superiori che coltiva. All'inizio i nobili davano l'esempio in guerra. L'eleganza nel vestire nacque proprio dall'attitudine allo spregio elegante di fronte alla morte: i cavalieri andavano in battaglia vestiti di rosso e d'oro, come a una festa.
Ciò richiedeva una disciplina: il nobile era colui che moriva per la parola data. Era questo il suo "onore"; infatti si diceva: noblesse oblige, la nobiltà obbliga.
Goethe fissa questo concetto nel motto: «vivere a proprio gusto è da plebeo; il nobile aspira a un ordine e alla legge».
Può sembrare paradossale, ma per secoli, è stato proprio così: la nobiltà si definiva per l'esigenza che auto-imponeva a se stessa, per gli obblighi, per la disciplina con cui s'addestrava al comando e ad affrontare la morte, non per i diritti di cui godeva.
Forse solo suggestioni; ma, come ha scritto Ernst von Salomon nei I Proscritti: «Seguivamo tutti la stessa unica legge. E in quel modo eravamo veramente liberi. (...) gli uomini uniti dalla speranza e dall'azione accedono a domini ai quali non potrebbero accedere da soli».
Salvatore Santangelo(dal Secolo d'Italia, 13 settembre 2007)
« Last Edit: Dicembre 07, 2008, 10:33:42 am by filosofiafisica » Logged

Franco

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« Reply #1 on: Dicembre 07, 2008, 10:47:23 am »

Davvero completissimo articolo tratto dal Secolo d'Italia di un anno fa...
spero sia motivo di discussione, poiché il forum è ancora acerbo e privo di sostanziali menti per dibattere e controbattere i quesiti appesi nei vari post.

Per quanto concerne il contenuto, devo dire che, il maestro od il pionere per molti tratti sembra essere Nietzsche, anche se nel pensiero del citato filosofo molto andava in contrasto coi principi dell'uomo assoluto, del super uomo e del modo di vivere, e sicuramente non vicinissimo al primo pensiero di Goethe.
Al parer mio, trovo che vivere a proprio gusto può essere da plebeo, che in fondo può manifestarsi anche nobile ; ma, pure il nobile, letteralmente definito, respira a proprio gusto poiché l'aspirazione a un ordine ben preciso (seguito da leggi di contorno) è già di per sé il suo vivere a proprio gusto. Per sintetizzare il discorso, l'ordine e la legge sono sempre serviti ed hanno anche aiutato il mondo a rifarsi, disfarsi e ricominciare, eppure non tutto può seguire lo standard di una norma suprema o di norme superiori, tra l'altro scritte e tracciate dai medesimi esseri umani che, secondo chi scrive sono tutti plebei e tutti nobili, esso dipende da variabili che la vita ci mostra ogni giorno.

S.Scuderi
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